Namibia – I parte Da Windhoek passando per Tsumeb verso il parco del Waterberg

Chief Hosea Kutako International Airport, 42 chilometri ad est di Windhoek, capitale della Namibia

Bianco, spazioso, roboante il nostro compagno di viaggio: Hilux il suo nome, cambio tradizionale, 5 marce, 2 ruote motrici e una di scorta.

Si parte; il motore accesso e la prima marcia inserita. Hilux si muove, sulla sinistra.

Il sole del meriggio segue il nostro tragitto, mentre siamo assorti nella guida. A distanza di una decina di chilometri si apre finalmente lo sguardo, oltre il paesaggio antropico. E il viaggio si colora di giallo ambrato, di azzurro candido e di seppia antico.

A vista Windhoek, il traffico si fa un po’ più movimentato.

Siamo in centro e come ogni paese e città che si rispettino troviamo a portata di piede la vita commerciale, finanziaria e spirituale.

In un dimesso centro commerciale troviamo un piccolo negozio di CD. “Della musica locale” a queste parole l’espressione del commesso barbuto è così eloquente da non lasciare adito ad alcun dubbio, di certo a noi spetta il primato della richiesta. Il caso vuole che nel locale sia presente Joseph, un giovane cantautore del posto, al quale veniamo presentati; quindi la scelta musicale non può che cadere su di lui.

Da Windhoex attraverso Tsumeb verso il parco del Waterberg

Altezzoso Hilux ci guida fuori dalla città attraverso la periferia a nord di Windhoek, dove lo spazio industriale si mescola ai quartieri popolari che celebrano il sogno di una vita migliore.

Mentre Windhoek è ormai alle nostre spalle, corre sulla destra la ferrovia. Si intravedono i binari a scartamento ridotto che sembrano procedere senza un orizzonte. Uno dei primi segni di una civiltà in evoluzione, quel senso di crescita che contraddistinse la conquista del Far West. Eppure quella locomotiva alla stazione centrale, di matrice tedesca, rossa, e l’altra di colore sabbia ridestano un nostalgico sapore, retaggio dei racconti dei nostri nonni, partiti con un sogno da realizzare.

B1, la nostra strada, una delle strisce di asfalto che si diramano dalla capitale per collegare gli altri pochi centri namibiani su cui si muove l’economia del paese. Su entrambi i lati ci accompagnano la linea elettrica sorretta da sottili pali di legno, e i campi di sterpaglie arrese alla forza del sole delineati da steccati in filo di ferro con incastonate delle aste di legno.

Mentre Joseph arricchisce il nostro viaggio con le sue canzoni, ci immergiamo nel paesaggio namibiano fatto di sterpaglie, steccati, pali della luce, campi. Lungo il tragitto si susseguono indicazioni di fattorie, piccole località e soprattutto aree di sosta, assai caratteristiche, fatte dalle fronde materne di un’acacia, una panchetta, un tavolo in legno e un bidone smaltato di bianco e verde.

La cartina stradale, che con grande cura l’agente di viaggio locale ci ha preparato, segnala la vicinanza di Okahandja, e la prima stazione di servizio, in cui fare rifornimento. Lì vicino, Bäckerei Dekker & Café, dove sediamo per assaggiare le prelibatezze del panificio storico di Okahandja, ottocentesca base militare tedesca trasformata in una fiorente cittadina con una briosa economia di artigianato e allevamento. Accanto una macelleria: carne fresca appena affettata e disposta nei banchi, degna delle migliori Metzgerei bavaresi. Biltong, il nuovo fenomeno economico: carne essiccata e speziata da mangiare come snack, ma soprattutto fonte di calorie e proteine, appropriato approvvigionamento che da buoni cultori di un turismo di esperienza non disdegniamo di assaggiare.

Aggiungiamo così un altro compagno di viaggio: Biltong avvolto in un sacchetto di carta bianco trova posto presso il poggia braccio e anche lui in prima fila verso la prossima destinazione.

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