Namibia – II parte Di parco in parco: da Waterberg all’Etosha passando per Tsumeb

A poco più di 200 km troviamo l’indicazione per Waterberg Plateau National Park. Si svolta verso est; e il giallo ambrato assume una connotazione più vivace, quella del verde, segno inequivocabile della presenza dell’acqua.

Davanti a noi in tutta la sua maestosità l’altopiano arenario: 50 km di lunghezza, 15 di larghezza e poco più di 200 metri di altezza. Ci fermiamo per meglio ammirare questo elemento architettonico naturale e ci sorprende la vastità del paesaggio: dai monotoni spazi a cielo aperto che sembrano inghiottire l’orizzonte al tumultuoso contrasto del Waterberg che solo con la sua presenza riesce a imprimere negli occhi la bellezza del mondo.

E mentre siamo rapiti da questo sentimento, ci coglie di sorpresa un gruppo di facoceri intento nelle sue attività. Ispirano simpatia i cinghiali della savana con quel loro modo indaffarato e sempre di fretta: macchine telecomandate con la coda alzata a mo’ di antenna.

Più ci avviciniamo al massiccio di roccia arenaria, più rigoglioso si fa il paesaggio pastellato qua e là di rosso ruggine.

Il primo rodaggio nel sabbioso sterrato del parco Waterberg ci rende ottimisti, nonostante il racconto del professore belga: 4 forature in 2 giorni; certamente un evento eccezionale. Mentre Hilux corre nuovamente sulla B1 direzione nord, questo potenziale nembo calamitoso viene soffiato via da altre immagini: il sorriso di Liff, guida locale, di una bianchezza candida in quel volto d’ebano. Ci indica con orgoglio la sua casa, due stanze e un bagno, in una cornice rurale: l’aia con le galline e poco più in là le vacche al pascolo e gli allevatori al loro seguito, intenti a sistemare la recinzione. Mancano i bambini; sono al collegio. E la sua soddisfazione coglie impreparato il nostro immaginario stratificato in concetti e definizioni di un mondo povero, in cui cercare la purezza della natura selvaggia e la ricerca di un incontro con una cultura preistorica.

Il sapore della sera precedente ci accompagna: il salone dove assieme agli altri ospiti ci attendono i padroni di casa per la cena; il cane, un mastino marrone, sdraiato al centro della sala, vicino al caminetto. Affisse alle pareti le memorie di trascorse battute di caccia, sull’angolo di fronte a sinistra in bella esposizione la cantina, a seguire una porta battente che porta alla cucina e ai lati del tavolo i servizievoli camerieri. Un quadretto bianco e nero, surreale dalle tinte coloniali, che culmina nell’incontro con la cuoca: grembiule e fazzoletto fra i capelli, allegra e paffuta.

Scivolano, come le ruote sull’asfalto, i pensieri nel groviglio degli opposti, quando giungiamo a Tsumeb.

Troviamo il centro dell’artigianato locale, un incubatore di innovazione. Una visita veloce, negli intenti, che si trasforma in una piacevole chiacchierata con la proprietaria di un negozio di prodotti locali certificati. Un’improvvisata lezione di italiano per lei che vuole accogliere al meglio tutti i suoi clienti, alcuni consigli per noi da persona del luogo.

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Riprendiamo il nostro viaggio in striature rosse, marroni, verdi e grigie dal sapore minerario. Ora Biltong condivide lo spazio con Guava: ottimo succo di frutta, polposo e nutriente, rosa il suo colore e suadente la sua essenza. Rinfrescante e una buona alternativa alla bottiglia d’acqua.

Dalla B1 giriamo a ovest sulla C38, la strada che attraversa l’Etosha National Park, grande posto bianco di acqua asciutta, come lascia intendere il nome per carpirne la sua peculiarità dettata da una piana desertica bianca e verdastra, che si trasforma in laguna con le piogge. In prossimità dell’entrata la casellante ci chiede i documenti necessari per ottenere il permesso, il pagamento della tassa e la sbarra si alza, mentre di fronte a noi si dischiude un immaginario che si fa realtà.

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