Namibia – III Parte Etosha, grande posto bianco di acqua asciutta

Due lager fresche sul tavolo, metodo Reinheitsgebot 1487.

Comincia così la nostra avventura all’Etosha National Park, fino a poco fa sognata, letta e immaginata.

Namutoni, fortezza bianca, punto di avvistamento: si apre il sipario, sulla scena una distesa senza fine di boscaglie di mopane, cespugli e sterpaglia gialla arsa dal sole. Sulla sinistra una nuvola di polvere si alza nel cielo segnando la presenza dell’uomo; sulla destra un airone bianco a guardia di un piccolo canneto di un rigoglioso verde. Sopra di noi la vastità del cielo accoglie sulla linea dell’orizzonte la terra avvolgendola in un materno abbraccio.

Seduti assaporiamo la nostra birra e subito un senso inebriante si propaga nell’aria accompagnando una fine giornata in cui il tempo cessa di essere. Equipaggiati di tutto punto, esploratori del nuovo millennio ci accingiamo a catturare la nostra prima preda. E’ quasi il crepuscolo, il momento in cui gli animali si avvicinano alle pozze d’acqua per abbeverarsi e noi siamo lì in prima fila, sulle mura.

E’ trascorsa più di mezz’ora dal nostro arrivo e alla nostra attesa si è aggiunta una colomba che appollaiata su un ramo ci osserva con l’espressione di chi ha già visto questa scena. L’attesa: sin dall’inizio ha contraddistinto il nostro incontro con la Namibia. In questa parte dell’emisfero australe stare in attesa non significa disperdere energie o perdere tempo, ma più semplicemente prepararsi. E così inconsapevolmente ci prepariamo, attendiamo.

Uno strano silenzio avvolge la piana: gli uccelli smettono il loro cinguettio, si disperdono le faraone. Ed ecco, la prima grande meraviglia, il rinoceronte: cammina leggiadro ed elegante, con discrezione arriva e ritorna con passo lento ma deciso nella boscaglia dove lo sguardo non riesce più a seguirlo, lasciando davanti a sé la silenziosa e maestosa bellezza del tramonto.

Lo stupore!

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 Migliaia di uccelli all’unisono spiccano il volo in un incredibile e surreale armonia di sbatter d’ali. Un primo grande stormo disegna nel cielo una nuvola nera; questi esseri volanti perfettamente sincronizzati danzano alla luce del mattino in segno di benvenuto al nuovo sole che sorge e poi ancora altri stormi, ognuno diverso dall’altro, di continuo ma con la stessa emozionante voce del volo. Per un momento chiudiamo gli occhi e il fruscio delle ali ci porta in alto. Con questa sensazione di libertà carichiamo il nostro Hilux, direzione Halali, il secondo centro di accoglienza nel cuore dell’Etosha.

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Avanziamo nel rumore delle nostre due ruote motrici, un po’ timorosi perché il paesaggio che si offre ai nostri occhi ci fa presagire che stiamo entrando in un mondo altro in cui ogni umana vanità si dissolve. Ci inoltriamo nel rinnovato e presuntuoso tentativo di cacciare altre importanti prede, prima fra tutte il re della savana, il leone, un trofeo da far ammirare ad amici e parenti al rientro del viaggio, come parte indispensabile del nostro ambizioso bottino. Io alla guida, mentre Alberto col “colpo in canna” pronto a “colpire” i prossimi bersagli: animali e uccelli di ogni colore e grandezza passando attraverso cornici di sterpaglie e mopani ad altre più desolanti e cineree mangiate dal fuoco inesorabile della stagione secca.

Un cambio di rotta rispetto al tracciato principale per seguire un itinerario tematico, “Rhino Drive” a detta della mappa offerta dalla guardia forestale all’entrata del parco. Il tracciato si fa più stretto, tutto è più ravvicinato. Siamo come inghiottiti dalla boscaglia. Cosa succede? Qualcosa è cambiato. Si è dissolto il sipario e con esso la scena da osservare. Sopraffatti da un pauroso quanto incantevole silenzio viviamo la nostra rivelazione: qualcuno ci sta osservando.

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In un costante zigzagare delle ruote per evitare di cadere nelle buche più profonde l’anima si riempie di gratitudine nei confronti della natura per averci permesso il suo incontro. Di nuovo quel sentimento di attesa che si fa presenza e ascolto e soprattutto parte di un unico grande mistero.

Raggiungiamo Halali, stremati dal carico emozionale e dal continuo saltellio provocato dall’attrito dei pneumatici al contatto con questa terra che resiste e desiste dal farsi plasmare da un’artificiosità meccanica dettata dall’uomo.

Moringa Waterhole, seduti in attesa. Il viso accarezzato da una lieve brezza. I colori del tardo pomeriggio preparano la savana al tramonto di un altro giorno. Il cinguettio degli innumerevoli uccelli accompagna il nostro sguardo al centro della scena, con un sottofondo “allegro con brio” di grilli e cavallette. Di tanto in tanto il passaggio di una mosca o di una zanzara spezza il ritmo che poi riprende di nuovo. Il cielo è coperto, ma non pesante: i raggi del sole filtrano e all’orizzonte sembra di ammirare la danza lenta di un ragno dalle lunghe gambe. Alberto, in allerta nell’intento di immortalare il prossimo trofeo: una leonessa. Seppur guardinghe, non tardano ad arrivare una seconda e poi una terza. Nella concitazione dell’incontro cerchiamo di aggiustare lo zoom del binocolo: sono giovani leoni, i primi peli stanno spuntando per andare a formare la loro regale criniera.

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Dopo essersi abbeverati allo specchio d’acqua, sornioni si sdraiano. Rivolgono lo sguardo verso noi: chissà chi è venuto ad osservare chi? Lo spettacolo è reciproco. Ad un tratto un potente sbuffo. I presenti si guardano, compresi i leoni, con una smorfia inquisitoria: “Chi è stato?” Sulla sinistra avanza un giovane rinoceronte, che si guarda attorno timoroso.

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Di cosa può avere paura un simile esemplare, la cui sola presenza fa spostare addirittura gli indiscutibili re della savana? Proprio la sua corporatura rappresenta la sua arma di difesa di fronte al potenziale pericolo che il suo occhio non riesce a vedere causa la sua incalzante cecità, di cui l’uomo si fa beffa pur di ottenere il suo corno, di un valore maggiore dell’oro.

Sullo sfondo il colore arancio pastello del cielo prelude al tramonto che in silenzio saluta il giorno e dà il benvenuto alla sera.

Attratti dal suo richiamo ci ritroviamo dopo cena ancora seduti in attesa. La voce della notte e i suoi sapori accompagnano la nostra seconda notte all’Etosha. E prima che Morfeo ci avvolga nel suo abbraccio, l’eleganza delle elefantesse nel radunare i loro piccoli impacciati e assorbiti dalla scoperta della vita ci è augurio di una buona notte e preludio a buoni incontri per il domani.

Il profumo del bacon sulla griglia e il crepitare delle uova strapazzate sul fuoco sono al risveglio il buon giorno namibiano di origine teutonica che ormai abbiamo fatto nostro. L’ultimo sorso di roiboos e di nuovo fuori, verso la scoperta. Oggi il senso diffidente e pauroso del giorno prima lascia spazio a un sentimento di giovialità familiare, quasi stessimo andando a fare una scampagnata domenicale. Siamo a casa. Gli occhi e l’udito, finalmente destati dal torpore occidentale, sono le nostre ruote motrici che ci guidano allo stupore. E proprio così, quando smettiamo di cercare, lo stupore ci sorride in estatiche varietà di incontri.

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