Namibia – VI Parte Da Cape Cross al Deserto del Namib

Cape Cross, una piccola località che ospita la più grande comunità di otarie: il loro verso all’unisono come uno stridente languore interminabile e perpetuo spezza d’improvviso l’incantesimo del Damaraland; bestie ammassate l’una sull’altra, le otarie si muovono maldestramente nell’effimero tentativo di trovare pace mentre ai lati rimane in agguato il pericolo: dalla costa le iene brune e dal mare le orche. Una degna cornice dantesca, a cui si aggiunge il ripugnante odore di putrefazione delle carcasse squarciate e di escrementi.

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Quando la natura mostra il suo lato oscuro quanto inquietante. La visita alla riserva dura quel tanto da capire che non è tempo di inferno e prosaicamente riprendiamo il nostro viaggio sulla strada di sale verso Swakopmund, città marina.

Poco più di una settimana lontani da un paesaggio a noi più appropriato e più forte emerge il desiderio di tornare in quegli spazi liberi, aperti e sognanti, quasi che la frenesia della città inquieti quello stupore appena ritrovato. Il lasso di tempo per una passeggiata nella via principale in cui la vita apparente si svolge; banche, chiese, negozi, supermercati.

Fuggiamo con Hilux, Biltong e Guava, nelle narici l’odore salino e salmastro della periferia, la strada corre tra dune ferruginose e spiagge malinconiche in attesa di qualcuno che è partito.

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Ritroviamo i binari a scartamento ridotto, che ci accompagnano lungo la B2. Svoltiamo a sinistra, C14; il tracciato prima salino ora si fa sterrato. Hilux ha più tenuta di strada e riprende la marcia più disinvolto. Alle spalle il grigiore della costa e davanti a noi l’ignoto, quando all’improvviso si desta nuovamente un trepidante stupore, prima affogato e ora riemerso dai flutti di Swakopmund. Un moto ondulare e oscillatorio che lascia il respiro sospeso, un picco, una curva, un tornante si susseguono l’uno dopo l’altro nel labirintico promontorio che stiamo attraversando. Kuiseb Pass e Gaub Pass, il percorso previsto, tanto impegnativo e insidioso, quanto ammaliante e misterioso, traghettatore verso l’altro sguardo della Namibia.

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Costeggiamo sulla destra il Namib Naukluft Park, un’estensione desertica fra le più grandi aree protette del paese.

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Ecco il picco di Gaub Pass, la ripidità di quell’istante che antecede l’arrivo sulla cima del passo ha l’intensità della conquista, l’attimo in cui la fatica si trasforma in pura gioia all’avvistamento della meta. Là, su quella pista, dopo chilometri di polvere emotiva, si apre alla vista la libertà e in essa, dopo un momento di topica sospensione, ci lasciamo rapire.

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Nella vastità colmante di silenzio da ascoltare troviamo Solitaire, un piccolo villaggio il cui nome lascia presagire la solitudine di un luogo sospeso. Eppure dall’immaginario desolante che desta il suo nome, Solitaire si presenta a noi come uno scrigno inatteso, il cui vero tesoro si nasconde all’interno di un piccolo inedito panificio, Bekerei McGregor. Dal retro bottega esce un uomo bianco barbuto e brizzolato con una bella pancia rotondeggiante, alto e grosso quanto allegro e appassionato. Di origine scozzese, ha ereditato la bottega dalla madre che gli ha insegnato l’arte della panificazione con la lavorazione del pane con la pasta madre e soprattutto la realizzazione dell’apple pie. In quel pezzo di torta di mele gustiamo tutto il sapore e l’arte del vivere, l’aroma così buono e intenso delle mele appena cotte in una pasta morbida e friabile da sciogliersi in bocca, la vera oasi del deserto che non ti aspetti.

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Ci affrettiamo per raggiungere il nostro nuovo alloggio prima che la sera ci sorprenda, portando con noi – Biltong ci perdonerà per questo – un pezzo di apple pie per prolungare quel momento di papillare estasi. Seduti sulle poltroncine intrecciate di paglia, sulla veranda della nostra casetta in legno, il naso all’insù in ascolto del silenzio e in ammirazione del dipinto di stelle incastonate nel blu della notte.

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