I volti di New York – Harlem

Ripristinato il ciclo circadiano siamo pronti per immergerci nei block newyorkesi. Trepidanti ci svegliamo e via, zaino in spalla!

E’ domenica mattina, presto. Sarebbe bello poter vivere un coro gospel. Il nostro entusiasmo mattutino viene ridimensionato dalle parole della receptionist che gentilmente ci informa su questa opportunità: su prenotazione, a pagamento, e il rischio di essere sommersi dalla massa turistica che presenzierà alla cerimonia domenicale.

Se non sarà gospel, sarà comunque Harlem! Nome di origine olandese dato dai suoi primi abitanti, da sito pieno di fattorie diviene durante il Novecento insediamento per la popolazione afro-americana. Fra le sue vie e i suoi locali nasce la musica jazz. Uno fra i luoghi più importanti non solo per la grande città americana, ma anche per tutti coloro che credono nei diritti civili e nell’uguaglianza.

Emergiamo dal sottosuolo di New York con vista Harlem. Decisamente mattino presto! Decisamente troppo bianchi a quell’ora della giornata, e per essere domenica! Sotto il cavalcavia della ferrovia stanno dismettendo il loro lavoro 3 prostitute seguite dal loro protettore. Evitiamo di incrociare i loro sguardi e filiamo via dritti, apparentemente sicuri, ma consapevolmente turbati a questa fotografia di Harlem, a cui il nostro immaginario non è abituato.

Camminiamo lungo il marciapiede e piano piano quel senso di inquietudine avvertito poco fa si dissolve nelle luci del sole, ancora sonnacchioso. Cominciano ad affacciarsi sulla strada le vetrine dei negozi, un primo sguardo sulla Harlem centro commerciale e culturale afro-americano. Immagini di Barack Obama, magliette inneggianti lo slogan Yes, We Can, tazze e cartoline con la foto del presidente. Non c’è una bottega che non le esponga. Sono lì posizionate per testimoniare un sogno, l’orgoglio di esserci riusciti. Nel 2009, dopo 41 anni dall’uccisione di Martin Luter King, simbolo della battaglia per i diritti di tutti, “I have a dream” trova realtà in un uomo di colore che va a ricoprire la più alta e prestigiosa carica dello stato. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte alla gioia, ancora incredule, di un popolo, che trova finalmente forza, voce, riconoscimento sociale e rinnovata speranza. E’ un sentimento che non ha colore, se non quello identitario. Oggi ci sentiamo afro-americani!

Nel nostro vagabondare arriviamo a Lenox Avenue; di fronte a noi un edificio, una chiesa. Sulle scale che portano all’entrata principale il parroco è intento a chiacchierare con un suo parrocchiano. Li disturbiamo. Vogliamo capire se sarà celebrata la messa! Hanno immediatamente capito chi siamo, turisti! E subito ci indicano la strada dove trovare celebrazioni accompagnate da gospel. Insistiamo nel capire se lì verrà celebrata la messa. Lo sguardo di stupore del reverendo David Johnson: non siamo più turisti, ma pellegrini. Un sorriso di entusiasmo macchia il suo volto, ancora diffidente. Ci invita ad entrare nella Chiesa episcopale di San Martino.

USA-NewYrok-Harlem-St.MartinChurch

Nell’attesa che la preghiera comunitaria abbia inizio, si adopera come Cicerone accompagnandoci alla scoperta della chiesa, riconosciuta come monumento storico e culturale e considerata il più bell’esempio di stile architettonico di imitazione romanica in tutta Manhattan. Saliamo le scale, dove si trova l’orgoglio della chiesa, a detta di David, le campane con il loro carillon, il secondo più grande al mondo, opera commissionata dalla famiglia reale olandese nel 1949, a ricordo del legame fra Olanda e Harlem. David fa menzione anche della visita della regina Elisabetta di Inghilterra. Ritorniamo nel cuore dell’edificio. Siamo fra i banchi, seduti. David si è appena congedato da noi per preparare l’incontro con i fedeli. A mezz’ora dall’inizio della preghiera, accolti nel silenzio, annotiamo brevemente i nostri pensieri sul taccuino di viaggio: “Stiamo vivendo la magia del viaggio, l’incontro con le persone e le loro vite”. Mentre le nostre riflessioni prendono forma sulle pagine bianche, si avvicina a noi David con un padre sudamericano. E insieme ci invitano a leggere la lettura del Vangelo. Colti da stupore di fronte ad una proposta così improvvisa, non ci tiriamo indietro. Suonano le amate campane della Chiesa di San Martino chiamando i fedeli all’incontro di preghiera. Quest’ultimi non tardano ad arrivare. Si dirigono prima verso le scale che portano al piano inferiore. Uno alla volta li seguiamo, figurando di dover ottemperare ad un rito nell’intento di soddisfare la nostra curiosità. E di nuovo, la sorpresa che non ti aspetti: il bagno, e non un bagno qualunque, pur nella sua semplicità e funzionalità, ma un momento di incontro, diviso fra uomini e donne naturalmente, nell’atrio del bagno: divanetto, specchi e profumi. Un istante a bocca aperta! Poi mi dirigo alla toilette, esco e mi sistemo. Alcune signore anziane, segnate nel volto da fatiche e gioie vissute, sorridono e mi salutano amabilmente, mentre nel loro vestito migliore, quello della domenica, si sistemano i capelli e si profumano. Non un gesto di vanità, non da loro che custodiscono la saggezza del vivere, ma un rito, serio e profondo, di preparazione all’incontro con il Signore. Mi adeguo, faccio anch’io così!

Sul pulpito il padre dà inizio alla preghiera. Non manca di presentarci alla popolazione esortandola ad un corale benvenuto. Il nostro freddo senso di riluttante timidezza si scioglie di fronte alla tanto calda quanto intensa accoglienza di Harlem. Quasi un rito di iniziazione, siamo parte di loro. A fine preghiera, usciamo dal banco e siamo attorniati da tutti i convenuti all’incontro. Ci stringono la mano. Una stretta forte, sicura, sincera! Ci ringraziano per la visita a loro dedicata e per aver letto il testo del Vangelo. In fondo ad uno dei banchi un anziano, con i baffi bianchi e gli occhi arrossati e gonfi di vita piena, allunga la mano ad Alberto per dire il suo grazie. Un’altra mano ci tocca la spalla. Si tratta di Clarence. Originario di Harlem, dove torna tutte le domeniche perché “qua si trova la sua parrocchia”, vive a Manhattan, più vicino alla business city. Vuole conoscerci perché lavora nella moda e ama quella italiana. Ci invita alla merenda in oratorio. Ciascuno con davanti il proprio caffè e la propria ciambella, conversiamo insieme della nostra Italia, di Milano e di moda.

Mentre camminiamo, l’Alleluja, condiviso, convinto, detto a pieni polmoni, sussurra ancora alle nostre orecchie la melodia nuova di Harlem che portiamo ora nel cuore.

Negli occhi i nostri volti di Harlem ci accompagnano lungo la via, con destinazione Central Park.

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