I volti di New York – Central Park

I nostri piedi sul marciapiede, alle spalle lo sbuffo dell’autobus che riprende la sua corsa. Davanti a noi il celeberrimo Central Park. Un miscuglio di sensazioni ci accompagna all’entrata del parco. Strisce di asfalto, di varie dimensioni, si alternano con grandi spazi verdi, campi da gioco, anfiteatri a cielo aperto e specchi d’acqua che riflettono la tensione verticale di questa città, i grattacieli.

Iniziamo a camminare, cercando di dare un senso all’immaginario che le emozioni fanno affiorare in superficie. La nostra vista fatica ad abituarsi ai canoni di grandezza newyorkesi, perché ci rendono indifesi. Siamo di fronte ad un mondo altro da noi. Ci rendiamo conto che là sta una possibilità altra di conoscere noi stessi nei nostri limiti e andare oltre all’apparente straniamento che New York suscita. E questo sentimento è più forte qui, in Central Park, il polmone verde della città, perché nelle sembianze ammalianti di parco è il maggior risultato dell’artefizio umano, in cui comprimere la natura di cui l’uomo ha necessariamente bisogno per trovare compiacimento in se stesso.

CentralPark_NewYork_USA

Da una parte distese verdeggianti occupate da gente al pascolo in cerca di nutrimento per lo spirito. C’è chi legge, chi riposa, chi ascolta musica. Dall’altra, al suo opposto, piste ciclo-pedonali su cui correre, muoversi, nel tentativo di dare al corpo un senso di fisicità a lungo compresso in pareti di vetro. Fra loro emergono silenziosi 7 laghi artificiali; uno di questi attira il nostro immaginario. Acque placide, accarezzate dal tocco morbido dei remi di una barca che ci trasporta in un sogno di un giorno di mezzaestate.

Dall’incanto del lago alla magia dell’arena. Sediamo sui gradini per accogliere la prossima esibizione. Non c’è sipario che divide pubblico e attore, ma un luogo dove scegliere di essere spettatore oppure di essere artista, benché il confine non sia lineare. E lo spettacolo più sincero è riconoscerne il valore, quello dell’arte, quello della cultura, in grado di trascinare, di trascendere i confini, di andare alle radici e rimuovere dalla nostra mente stratificazioni calcaree di preconcetti e di inadeguatezza. Non c’è richiesta di pagamento di un biglietto, se non nella libertà di esprimere mi piace o non mi piace in formato cash, ove possibile.

D’improvviso il cielo si fa minaccioso e plumbeo. Sembra non godere del nostro stesso sentimento, che ora libero vola. Proseguiamo il nostro viaggio su sentieri lastricati di asfalto. Arriviamo a Strawberry Fields, campi di fragole, 10.000 ettari di parco dedicato a John Lennon, musicista, artista e attivista per la pace. Percorriamo questo volto altro di Central Park, nelle suggestioni di Imagine, la più famosa canzone del cantautore di Liverpool, inno visionario di un mondo di pace.

Le note di questa musica sfumano per lasciare spazio alle prime gocce di pioggia, che ci colgono di sorpresa. Non siamo gli unici a correre alla ricerca di un ricovero passeggero, quando la pioggia si fa battente. Spumeggiano le gocce sull’asfalto ad ogni passo fagocitante. Troviamo riparo, sotto la pensilina di un grande albergo di lusso, stipati insieme ad altre persone. “Impediamo il passaggio”, sentiamo alle nostre spalle. E’ il portiere dell’albergo, accorato e preoccupato per i suoi ospiti, che stanno per arrivare. Il suo sentimento non regge lo sguardo bagnato di quella cospicua mandria di persone, di cui facciamo parte. Lo salva l’arrivo di un autobus. E’ il nostro e prontamente saltiamo per fare ritorno in albergo, nel mezzo di un temporale che ci sorpreso come Mary ed Ike nel film Manhattan di Woody Allen.

2 Comment

  1. […] III parte: I volti di New York, Central Park […]

  2. […] Maestoso, il colonnato che precede l’entrata alle aule giudiziali, incute un timore reverenziale. Ci avviciniamo e sotto la sua possente fermezza ci ripariamo da un temporale, di più lieve entità rispetto a quello che ci colse di stupore a Central Park. […]

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