Incontro con Francesco Vidotto

Fa strano leggere un romanzo di cui sei sopraffatta e dopo tempo incontrare la voce di chi ha dipinto la storia di quel libro! Sto parlando di Oceano e il suo cantastorie, Francesco Vidotto!

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Fa strano bussare alla porta di qualcuno che hai la sensazione di conoscere, perché nelle sfumature delle parole scritte c’è un po’ di lui, un po’ di me, un po’ di tutti noi, come lui stesso confessa.

Fa strano sapere che quella porta viene aperta, e con entusiasmo!

Non è da tutti!” dico.

Se io posso scrivere, è perché c’è gente che legge. E’ chiaro che se uno legge un libro, gli viene voglia poi di parlare con chi ha scritto. Se non avessi voluto rispondere alla gente, avrei evitato di scrivere libri!” ribatte Francesco, con amabile accento cadorino.

Non poteva essere altra, la sua osservazione! Lui che della lettura e della scrittura non ha fatto semplicemente un mestiere, ma esperienza di vita. Sì, di vita, alla quale ha scelto di non mentire più.

Un giorno guardandomi allo specchio ho visto un’altra persona, ma io non ero quella persona! E allora mi sono detto: ora basta raccontarti bugie.

Ha seguito la sua inclinazione naturale, che definisce “libera, spaziale”. Vibrano le sue parole, come le note nell’aria, vere e intense, come un viaggio di purificazione, dove alla fine trovare con stupita semplicità l’espressione di se stesso. E convinto lo afferma, non è lui a dirlo, sono i latini. “Questo dovrebbe essere il fulcro dell’educare, dal verbo latino educere, tirare fuori, non mettere dentro”.

Quando si accorge, dopo la pubblicazione dei suoi primi libri, che può farcela, ecco il salto. Non una scelta, quindi, bensì un libero seguire la propria propensione.

E la montagna?

Per Francesco altro non è che il suo ritorno a casa. “Quando smetti di camminare, torni indietro, a casa!” E così fa!

A Tai di Cadore trascorre ora le sue giornate, nel piacere di arrampicare, di beneficiare della bellezza della natura e nella ricchezza del tempo da dedicare a se stesso e agli amici. Porta con sé l’odore dell’infanzia, indelebile, che lo riporta in quella soffitta di casa condivisa col nonno Leone a conoscere le cose andate, la sua storia. E nel caro ricordo dei nonni, la voce si fa densa di calore familiare. “Tutti i bambini dovrebbero avere una soffitta!”, come a ribadire l’importanza delle proprie origini, in cui mettere radici. Seguo le sue parole e inevitabilmente un’emozione attraversa il mio animo, il ricordo del mio nonno, Luigi, e con lui mano nella mano lungo la campagna fra i filari di vite. I nonni “sono un po’ il nostro specchio al contrario, perché crescendo, nelle mani, nei piedi, nella faccia troveremo un po’ di loro”.

A Tai di Cadore, il paese dei suoi nonni materni, trascorre ora la sua vita. Un piccolo paese di montagna fra le Dolomiti, uno dei luoghi più incantevoli al mondo.

Quale immaginario si apre davanti agli occhi? Quello romantico fatto di spazi aperti e di aria fresca, piuttosto che quello tracciato dalle piste da sci e dalla neve che soffice abbraccia le case?

Vivere in montagna è lento!” dice Francesco.

Esiste quindi ancora un luogo, dove le stagioni dettano il ritmo del tempo, che richiedono adeguamento. Un esercizio mentale difficile da compiere.

Stare bene con se stessi”, dichiara Francesco.

Questa sembra essere la chiave di arrangiamento alla musica della quattro stagioni di montagna. Un adattamento che porta con sé il contatto con la Bellezza. Non è quindi una fatica fine a se stessa. Quella fatica, spirituale e fisica, di salire lungo i sentieri per arrivare là, in alto, è ricompensata! Là Francesco scopre ogni volta la magia della Bellezza.

Essere a contatto tutti i giorni con il bello ti migliora!” E precisa, “la Bellezza è Fragilità!

Un’immagine insolita, dove all’improvviso si spezza la meraviglia sulla quale le sue parole sino a quel momento mi hanno cullata. Probabilmente Francesco percepisce il mio silenzio, imprigionato in un concetto di fragilità che è debolezza, caducità, gracilità.

E’ allora che mi chiede, “Ti sei mai chiesta perché le Dolomiti sono così belle?” E in balia della sua domanda, attendo le sue parole che non tardano ad arrivare, dirette e sincere, proferite da chi conosce la profondità di quei luoghi!

“Perché sono fragili!”

L’immensità di un mondo forte, potente, come le Dolomiti, mettono a nudo la propria fragilità, i propri limiti, la finitezza di cui siamo fatti, e giungere alla nitida consapevolezza che la vita può finire, in un’istante, ti pone nella condizione di chiederti, “C’è qualcuno oltre a me?” E’ in quel momento che affiora il tentativo umano di avvicinarsi a Dio, all’immortalità!

La sua anima è giunta ad Itaca, in montagna, che altro non è che il mezzo per arrivare a se stessi. “Per me lo è stato!”, afferma Francesco, “Sono in armonia con il mio modo di vivere la vita!” Da questo viaggio nessuno è escluso, può cambiare il paesaggio, da montagna a mare, “la montagna che dorme”, come la definisce, “ma potente in egual modo”. Un viaggio, “dove ci sono Tu e il Mondo, e lì lungo la via che in quel mondo cominci a conoscerti, senza la certezza di un ritorno“. Un mondo, dove predomina la Natura, “grande donna, ricca di contraddizioni, bellissima e al contempo terribile” come la vive Francesco. “Come si può non dire che il bosco non sia bello! Eppure là accadono cose terribili, insetti che divorano altri insetti, animali che si ammazzano l’un l’altro, alberi che marciscono. Mi colpisce questa tensione al bello, a Dio, che passa attraverso cose spiacevoli” Una natura, delle cui sembianze si innamora all’età di 14 anni, attraverso le parole di Giacomo Leopardi in Dialogo della natura e di un Islandese, e che poi non abbandona più. Una lettura che ha il sapore dell’inizio di un cammino altro, della sua vera inclinazione, per lui, Francesco, che “grazie alla mamma, che ha deciso di non pensare che fossi stupido, ma semplicemente un po’ cieco”, scopre prima di essere presbite e poi un po’ dislessico. E dal piacere delle storie da leggere, di cui i suoi occhi “si imbarazzano“, prendono piede la fantasia e l’immaginario di Francesco.

Ho letto talmente tanti libri che ho impiegato 7 anni a concludere il liceo!”, dice ironicamente.

E sono le storie, che lo appassionano, come il Blues, “la musica degli ultimi“, come lui ama definirla, “Esce dalla viscere della persona! Non puoi fare a meno di cantare quando sei in una certa situazione della vita”. La musica, un linguaggio universale, “di cui i libri sono molto gelosi”, afferma. “Il libro è confinato alla lingua di chi scrive, è un peccato che non possa contenere la musica!”, ma non per questo un libro perde in valore ai suoi occhi, perché esso è sinonimo di intimità. “Leggere un libro significa permettere che un personaggio entri dentro di te. E’ un vestito al contrario, ti entra dentro e si veste di te, a volte un libro ti cambia anche la vita!

E anche per chi scrive un libro cambia la vita?

Certo, perché ti obbliga ad essere onesto!” Scrivere significa entrare nei personaggi, nei loro pensieri, che sono anche nostri, ma che a volte fuggiamo per la violenza che essi esprimono. Francesco è una persona libera da formalismi e schemi, fugge le definizioni per andare in profondità e come uno scalpellino lavora per giungere alla sua creazione, i suoi libri, alla sua verità, che ogni volta alla fine di una storia, che sia essa letta o scritta di suo pugno, ha il sapore della lapalissiana scoperta che tutti “remiamo la stessa barca”.

La scrittura semplifica”, aggiunge. E nelle sue parole sento l’odore della fatica vissuta che ha scelto di affrontare e affronta tutti i giorni per giungere sulla cima di se stesso, dove pensa e scrive in maniera libera. Quella stessa mente libera da formalismi, di cui parla Virginia Wolf in “Una stanza tutta per sé”.

Profondità e vertigine”, come forma di equilibrio di cui ha bisogno per sentirsi libero, e far vibrare il suo spirito nella lettura di un libro, nell’ascolto di una musica, nello scrivere le sue storie, “sport estremi”, per l’anima, che poi pratica anche nel fisico, giungendo alla vertigine di se stesso in cui godere l’infinito.

E culmina il nostro incontro sulla cima di questa vertigine di cui oggi ho il privilegio di godere, in modo verticale, come le montagne, le nostre Dolomiti, uno stato mentale che prevede salita e discesa.

E nell’attesa che questa vertigine si dischiuda, presto, anche allo sguardo, dico il mio grazie e mi abbandono alla gioia di questo incontro a due voci.

2 Comment

  1. Complimenti a Mirtis intervistatrice e a Francesco intervistato. E’ stato bello leggervi.
    Il tema dei confini mi è molto caro: la necessità della loro esistenza è almeno pari al bisogno di renderli permeabili in un gioco molto delicato, affascinante e, a tratti, pericoloso.
    L’intervista mi fa pensare all’energia della motivazione che spinge a guardare “dentro” e “fuori” le cose e diventa protagonista impalpabile, in qualche senso, della narrazione.
    Spero ci siano ulteriori occasioni per incontrare ancora Francesco in questo blog!
    Anita

    1. mirtis says: Rispondi

      Anita, grazie per il tuo commento, che offre un nuovo e stimolante punto di vista. Montagna è sinonimo di confine, margine e “vertigine” per utilizzare un termine caro a Francesco! Sarà un tema che tornerà spesso, proprio perché ci piace salire per andare in profondità!

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