In Volo, da New York a Rapid City, via Denver

Siamo nuovamente in compagnia di Richard, a cavallo della sua limo. Stiamo andando all’aeroporto, destinazione Rapid City. E’ un bel saluto, quello di New York alle prime luci dell’alba, che si imprime nel nostro sguardo, che vive ora di ricordo e di immagini fatte nostre, incontrate e vissute nei volti di Harlem, Central Park e sotto il cielo di Manhattan, nelle mani che abbiamo stretto, nelle altitudini dei grattacieli, nei passi cadenzati della sua gente.

Siamo in volo verso Rapid City. Il nostro viaggio continua e dal sogno americano dei nostri nonni ci predisponiamo a entrare nel sogno di Cavallo Pazzo e del suo popolo, i Lakota-Sioux. Con noi, in viaggio, il libro di Vittorio Zucconi, Gli Spiriti non dimenticano, attraverso il quale abbiamo tracciato il nostro itinerario sulle tracce emotive di un popolo spogliato e depredato.

Diverse striature di colori vestono le sensazioni che attraversano il nostro animo in questo giorno di passaggio, dalla metropoli del mondo, New York, alla porta di entrata di un mondo ai margini, Rapid City. Come crocevia, l’aeroporto di Denver, luogo di mezzo, dove il passaggio si fa attesa. Dove l’attesa si fa scoperta di tanti piccoli mondi altri.

Grandi vetrate offrono uno sguardo sulle piste, quelle di atterraggio e quelle di decollo. Sembra di essere lì, a sfiorare la magia del volo. E se chiudiamo gli occhi, sembra di librarsi in aria.

USA-involo

Gli spazi, grandi, non suggeriscono l’idea del vuoto, ma della libertà. Corridoi larghi, ariosi e puliti conducono agevolmente in ogni dove, soprattutto con la mente. Si sovrappone questa sensazione a quella di altri aeroporti, non ultimo quello di New York, che seppur gigantesco non ci dà quel senso di libertà ora incontrato!

All’improvviso quel silenzio ricco di aria, fatta di libertà, si spezza. L’incantesimo svanisce, la mente in volo atterra bruscamente al suolo. Una voce maschile si alterna ad una femminile nello scandire l’arrivo e la partenza dei voli, come una lunga cantilena, fredda e vacua. All’istante i corridoi si riempiono di macchine elettriche, quasi fosse un campo da golf, ma senza il verde del prato, senza le buche e le bandierine, senza le mazze e le palline. Un suono stridulo annuncia il loro passaggio. Macchine elettriche cariche di persone e ritornano alla mente le parole di Giuseppe Antonio Borgese in Atlante Americano, “Che uno cammini, e cammini solo, è cosa inconcepibile e assurda per gli Americani; essi delle gambe si servono, se mai, per nuotare o saltare nel tennis, e, se le leggi dell’evoluzione fossero quali si intendevano tempo fa, fra qualche migliaio di millenni dovrebbero essere senza gambe o con bizzarre gambe da rane o da canguri.

Come stride il nostro pensiero di un aeroporto arioso e spazioso a confronto con la realtà: concepito per esseri metallici a 4 ruote, atto a trasportare esseri sedenti. Di nuovo, preponderante, emerge quel senso di straniamento, preambolo al nostro sguardo di un paese, gli Stati Uniti di America, che appare ricco, evoluto, tecnologico. Uno spaccato che esula completamente dal nostro immaginario in viaggio: obesità e diabete diventano sinonimi di povertà. E rimaniamo seduti, attoniti, in attesa del nostro volo.

Finalmente si decolla. Giungiamo a Rapid City. E’ l’imbrunire. Raccogliamo i nostri bagagli e prendiamo la macchina, una semplice berlina, eppure così enorme rispetto ai canoni a cui siamo abituati! Ci avviamo verso le Badlands. Alberto pigia l’acceleratore e nell’oscurità della notte, lasciamo alle spalle quel miscuglio di silenzi che ha travolto le nostre anime in viaggio nelle sembianze di un aeroporto.

Lascia un commento!