Sud Dakota – Verso il cuore della riserva indiana di Pine Ridge

E’ mattino; siamo pronti a partire, bagagli in macchina e via.

Sui nostri volti si dipinge la scalpitante emozione di chi sta per conoscere un mondo di cui fino a quel momento ha solo letto e immaginato, di cui ha appena visto all’orizzonte un’immagine sbiadita, attorcigliata su preconcetti e versioni altre di un popolo, quello degli Oglala-Lakota, una delle 7 tribù dei nativi americani Teton Sioux.

Sul cruscotto della macchina viaggia con noi il libro di Vittorio Zucconi, Gli Spiriti non dimenticano. Dalla sua lettura abbiamo tracciato l’itinerario di viaggio che ci sta portando sulle tracce di Cavallo Pazzo.

Seguiamo la lunga e larga striscia di asfalto, mentre tutt’attorno si disperde la prateria. Quella stessa prateria che il giorno prima ci avvolse in un movimento di stupore, oggi quella sua aurea di bellezza, dipinta dal nostro immaginario, comincia a svanire man mano che avanziamo. Una prateria imbruttita nel tempo dall’abbandono accompagna il nostro arrivo a Scenic, un piccolo villaggio, appena indicato sulla cartina stradale, funzionale per il rifornimento di carburante. Un’atmosfera spettrale, degna delle più note scenografie western firmate da Sergio Leone, sembra preludere a qualcosa di incombente. Davanti a noi un vecchio saloon, un monumento storico che parla attraverso le venature delle sue facciate in legno, aride e sopite. Tutt’attorno il silenzio, se non un lieve soffio di vento che sposta esili ciuffi di erba secca, ormai privi di linfa. L’enorme scritta che sovrasta la facciata principale, adornata da piccoli teschi bianchi, è custode di un passato di violenza, di incomprensione, di esclusione. Non è sufficiente cancellare quel no davanti alla parola indians, perché lo si percepisce.

USA--SudDakota-Scenic

Rapiti dalle note palpitanti di Scenic, entriamo nel pub adiacente. I piedi, comodamente adagiati nei sandali, affondano in un pavimento di segatura, pulita con nostro entusiastico sollievo. Ci avviciniamo al banco, ci sono degli sgabelli, la seduta è quella dei vecchi trattori ormai arrugginiti, retta dal corpo di bombole di gas. Esplosivo l’arredamento quanto il seno della barista che si presenta dal retro bottega, che con aria disillusa di chi non si aspetta più niente nella vita ci chiede cosa vogliamo. Le sue parole spezzano all’istante il nostro senso di disorientamento. Prendiamo la classica bevanda marrone con bollicine a base di caffeina e ringraziando salutiamo. Dalla penombra del pub alla luce del sole, due scenari opposti, estremi l’uno rispetto all’altro in un unico luogo, Scenic. Di fronte la pompa di benzina. Entriamo, un’anziana signora del West ci attende alla cassa, un volto segnato dalle curve della vita, che riflettono storie di una passato appena trascorso. Lunghe trecce grige adornano le sue stanche spalle. Lì accanto il nipote, erede di un luogo disperso nel tempo, alto poco più di un metro, ai piedi i classici stivali in pelle marroni e in testa il cappello da cow boy del West. Mancano gli speroni.

Si sovrappongono nel petto sentimenti contrastanti; il nostro immaginario affoga nella cruda realtà di un mondo, che a stento riusciamo a definire America di oggi.

Di nuovo sulla nostra 4 ruote, il paesaggio attorno non varia, l’occhio si disperde nella prateria per inciampare qua e là in piccole case, formato roulotte, fatiscenti. E quella domanda del mattino precedente ritorna, ma esclamativa: “Ma dove siamo finiti!“.

Siamo nella seconda riserva indiana più grande d’America, Pine Ridge. I discendenti degli Oglala Sioux sono relegati in questo luogo dal 1868 e secondo il trattato di Fort Laramie con status di nazione indipendente, nei fatti mai riconosciuta. Una terra che i bianchi non hanno voluto, perché difficile, ostica. Ora si disvela la storia di Pine Ridge.

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