Blons, Il rito del Funkensonntag – Parte I

Esiste un luogo dove le tradizioni, salde nel tempo e profonde come le radici degli alberi, danno senso e significato alla vita di montagna, delle Alpi. Siamo a Blons, un piccolo paese della Grosses Walsertal nella regione del Vorarlberg in Austria. Qui, ogni anno, ogni domenica dopo il mercoledì delle ceneri, si perpetua il Funken, un rito arcaico che segna la fine dell’inverno.

Un luogo dove il Carnevale esula dal calendario liturgico e vive delle regole della natura. Un carnevale alpino che trova il suo culmine temporale con il Funkensonntag. Nessuno sa datare l’inizio di questa usanza. “Si perde nella notte dei tempi“, come dicono qua a 900 metri sul livello del mare.

E’ sabato mattina. Il cielo azzurro, solcato da alcune nuvole audaci, lascia intendere già dei buoni presagi. Tutt’attorno neve, mentre il silenzio dell’inverno si fa presenza palpabile e avvolgente. Dai comignoli delle case esce il fumo dei caminetti. I pascoli ricoperti del manto bianco della stagione fredda accolgono le corse dei bambini che con le loro slitte disegnano nuove tracce su cui avventurarsi. Oggi però non si scorgono bambini, e nemmeno giovani.

Ma dove sono tutti?

Sono a preparare il Funken!

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Un’intera comunità, che ospita poco meno di 400 persone, è impegnata nei preparativi dell’evento. Così decidiamo di addentrarci nello spirito che anima questo rito e lungo le strette vie saliamo verso la parte alta del paese, dove raggiungiamo i masi sparsi, che sembrano delicatamente appoggiati sul declivio della montagna esposto al sole. Là troviamo una parte della comunità, quella maschile, un incontro di generazioni, che si accinge a costruire la pira di legna.

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Sibylle, la nostra accompagnatrice, facilita il nostro dialogo con loro, che ben volentieri si lasciano raccontare e raccontano fieramente della loro tradizione. Nelle parole di Fritz scorre l’orgoglio di appartenere a questo territorio, a questa valle, che “in tutto il circondario mantiene ancora la tradizione di domenica“, sottolineando l’unicità della cosa. “Vengono costruite due pire, una piccola per i bambini e una grande per la comunità intera“, spiega. Con il dito, mentre tiene al guinzaglio il suo cucciolo di cane, mi indica un signore, in piedi sulla base della pira. “Lui è il Funkenmeister!

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Dirige i lavori di costruzione della grande torre di legno, che in alcuni casi può raggiungere anche l’altezza di 30 metri. “Decisamente un lavoro impegnativo, che richiede molto tempo e attenzione!“, penso, mentre Fritz continua nella sua descrizione. “Quasi esclusivamente legno di abete!” afferma. “Brucia bene, è il legno più affidabile, perché brucia lentamente e assicura una buona riuscita dell’evento.” Dal modo scoppiettante di questo legno deriva forse la denominazione Funken, che tradotta letteralmente significa Scintille.

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Mentre i ragazzi si prestano alla costruzione della torre, un piccolo abete legato ad un grosso palo di legno e adornato da nastri colorati, in contrasto con l’oscurità dell’inverno, è già stato eretto.

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stasera verrà sistemata anche la Funkenhexe, la strega!” spiega ancora Fritz. Caratteristica, questa, che insegna come in ogni tradizione si sedimentino credenze e usanze che cambiano e si alternano nel tempo. La Natura, dispensatrice di vita e futuro e al tempo stesso di morte e indicibili sofferenze, ha connotazioni prettamente femminili e in un periodo dell’anno particolarmente delicato, come il passaggio dall’inverno alla primavera, ogni male doveva essere allontanato, anche bruciato, per salvaguardia della vita e della comunità, e così le donne, tacciate di essere streghe nel medioevo a causa della loro conoscenza più profonda degli elementi della natura e quindi della sfera soprannaturale, divennero capro espiatorio di questo rituale. La rappresentazione del maligno trova qui una connotazione completamente umana, quella della vecchia strega, come ci viene dipinta nelle leggende che la descrivono.

Come sottofondo musicale al racconto di Fritz, il rumore della motosega, degli zoccoli dei ragazzi  e delle risate dei bambini, che si rincorrono l’un con l’altro.

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E’ ora di rientrare!”, dice Sibylle, “Sta per arrivare il corteo della strega!

Ci affrettiamo a scendere, e lungo la strada troviamo altri uomini intenti a sistemare lunghi tronchi di abete nel cassone di un camion. “Anche questi verranno usati per bruciare!” dice Sibylle.

Giungiamo quasi a casa, quando alle nostre spalle sta per arrivare una camionetta dei vigili del fuoco. Un suono di clacson per avvisare del suo imminente arrivo. Nel circondario si aprono le porte di case e ne escono i loro abitanti con bicchieri e qualche buon liquore! Fa la sua comparsa la Funkenhexe, la strega, con le sue dame di compagnia, il suo padrino e la sua madrina.

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Il suo nome è Karlina, e oggi le viene concesso di soddisfare i suoi ultimi desideri prima del grande evento. Una parte nuova, che si aggiunge al rituale da circa 10 anni. Il gruppo va di casa in casa a presentare la strega del Funken; ogni anno con un nome diverso, un nome tipico, non più usato, per dare memoria di vita trascorsa e a volte dimenticata. La dame di compagnia indossano un cappello a punta e un vestito i cui colori riprendono quelli dei nastri carnevaleschi appesi all’abete, la cima del Funken.

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Ad accompagnare Karlina c’è anche il sindaco del paese, che in rappresentanza della comunità si presta a far sì che i suoi desideri vengano soddisfatti.

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Un momento ufficiale di presentazione, allegro e scanzonato per riempire l’attesa, che si dilata lungo l’arco della giornata a suon di saluti, di clacson e di brindisi fino a sera, quando la strega sarà issata sulla pira.

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Condivisa la gioia, la Funkenhexe riprende ora il suo viaggio, e noi la salutiamo, per l’ultima volta.

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