Le mani che forgiano l’anima delle maschere – Luca Pojer

Mattina d’inverno. La luce del giorno, assonnata, riposa adagiata sugli sterili rami dei vigneti in attesa della primavera. Siamo nella Bassa Tesina, in provincia di Bolzano. Torniamo a Salorno, dove i suoni del Carnevale Alpino e il corteo di Perkeo sembrano risuonare ancora fra le vie del paese.

Il lungo periodo di passaggio che va dall’oscurità alla luce, dalla stagione fredda a quella calda è finito e con esso il Carnevale. Un tempo di attesa, di riti propiziatori e scaramantici in cui il mistero di una natura dolce, amorevole, dispensatrice, ma anche feroce, selvaggia, priva di scrupoli trova vigore e impulso in rappresentazioni antropomorfe. Le Maschere.

Esaurito il loro compito, tornano al loro posto, nell’armadio, in cantina, nel cassettone, in ordine, là pronte a rianimarsi al momento opportuno.

Maschere che affondano le radici in un tempo dimenticato, e forse solo le rocce delle montagne, le pieghe delle vallate, quelle più anguste e lontane, le custodiscono salde nella loro memoria.

E chi ha saputo ancora forgiare il loro intimo più profondo? Ecco la storia!

Suono il campanello e la porta si apre.

Piacere, Luca!

Piacere mio, sono Mirtis!

E mentre sbrighiamo il rito di conoscenza, Luca mi accoglie nella casa dei suoi genitori.

Ha capelli un po’ scapigliati, biondi, cadenti sulla fronte, quasi a sfiorare gli occhi azzurri, intensi e sinceri. Alto e magro, ha un sorriso cadenzato un po’ da una naturale timidezza e soprattutto dal piacere di parlare della sua passione, la scultura.

LucaPojer

Un ragazzo di 22 anni, che si sta facendo uomo, ha nelle sue mani, callose per le lunghe giornate trascorse a scolpire, il sacro fuoco dell’arte, che si fa magia. Non stanno ferme quelle mani, quasi a voler modellare nell’aria le sue stesse parole che si fanno in quel momento per me racconto.

Scolpisce la sua prima Maschera in argilla a 17 anni. Nasce casualmente il suo incontro con le Maschere. Un compito per la scuola, l’Istituto d’Arte, per cui deve sostenere un tema d’esame, modellare una maschera. “Cosa fare?“, si chiede e trova risposta nella tradizione. I Krampus. Entusiasta del risultato, si informa sul vero materiale con cui queste maschere venivano realizzate. Il legno, il materiale principe del bosco e delle montagne. Il primo blocco di cirmolo e gli scalpelli del padre, che aveva tenuto da parte nella speranza che un giorno il figlio potesse nutrire lo stesso amore per l’arte.

Il passaggio dal modello in argilla alla scultura in legno è immediato. Fu amore al primo scalpello. E’ proprio il caso di dirlo.

Krampus

Si tratta di togliere!” dice Luca; lo guardo un po’ disorientata di fronte a questa affermazione, e lui divertito prosegue nel raccontare il suo lavoro.

Mi sembra di vederli, giù nel laboratorio, ricavato nella vecchia officina del nonno: Lui e il blocco di legno, faccia a faccia. E’ un rapporto di fiducia, di conoscenza che aumenta con l’esperienza. Luca conosce le venature, i profumi, la forza del legno, soprattutto di cirmolo e di tiglio, più elastici e più morbidi. Usa scalpello e mazzuolo, toglie, sbozza e raspa. Dopo che il tronco nella sua interezza è stato domato, leviga e poi svuota. Nel ritmo ordinato del suo parlare sembra di sentire i rumori del legno che si fa arte.

Una volta forgiato nel tronco il volto animale, passa alla pittura. Utilizza diverse tecniche pittoriche per giungere alla texture della pelle più vicina alla realtà. E ancora le corna, di resina, e i peli sul capo.

Krampus1

Non esiste una maschera uguale all’altra, non è possibile!” dichiara Luca, “l’espressività di un volto è talmente varia!

Mentre parla, il giovane scultore dei Krampus sembra rivivere nella mente tanto la fatica quanto la soddisfazione di ogni singola maschera e scultura plasmate con le sue mani. “Devi amare questo lavoro, ma sopratutto ci vogliono studio e allenamento!” Ha chiaro dove vuole arrivare e sa bene che sarà un cammino lungo e di passione.

Ha da poco conseguito la laurea triennale all’Accademia di Belle Arti C.B. Cignaroli a Verona, e continua la sua formazione all’Accademia di Carrara. Studia il figurativo, a cui si sta appassionando.

Lo allieta profondamente l’idea di fare una scultura in marmo. Una letizia che traspare tanto dalle parole quanto dall’espressione dello sguardo.

San Michele Arcangelo!” dichiara Luca. Non uno qualsiasi, ma quello di Carlo Nicoli. Qualcosa ha catturato la sua attenzione. Quella statua è come se gli parlasse, avesse qualcosa da dire. “Ha sostanza!”, afferma il giovane scultore salornese. Quella stessa sostanza, quel tocco, quell’anima che prende forma forgiata dalle mani dell’artista. “Si può essere molto bravi tecnicamente, ma se manca la sostanza, non c’è forza, vitalità!” E’ serio Luca, mentre parla. Ha l’estro dell’artista. Lo dico io, perché lui non si sente di poterlo dire. Lascia che siano gli altri a dirlo e non lui. “Io sto ancora imparando! Sono uno studente” e qui si ferma il suo pensiero a quello che si sente di poter dire di sé. E aggiunge: “Sì, un giorno vorrei fare lo scultore, avere un lavoro dove posso scolpire e usare le mani” Non si cimenta nemmeno con l’astrattismo, perché “bisogna avere qualcosa da dire!” e per lui non è ancora arrivato questo momento. “L’arte è fatica e soprattutto è difficile da capire.” afferma ancora.

Lo ascolto mentre descrive il suo lavoro da studente, le lunghe ore trascorse a disegnare e ad abbozzare su carta il San Michele, prima di dargli forma in argilla, poi in gesso e infine in marmo. E’ un processo che richiede studio delle proporzioni e dei pezzi, conoscenza approfondita dei materiali. Ne parla soppesando parola per parola, come se in quell’istante avesse ben chiaro nella mente il suo San Michele. Come se l’ispirazione stesse forgiando in quel momento il suo pensiero. “L’ispirazione? Se manca quella, è meglio non cimentarsi nemmeno!” prosegue Luca e continua citando un suo professore: “Far scultura è come avere un disordine, la scultura è finita solo quando il disordine non c’è più, quando non c’è più nulla che dia fastidio. E’ una forma di equilibrio.” E’ convinto di quel che dice e le Maschere a cui ha dato vita in questi ultimi 5 anni sono il risultato di questo modo altro di saper vedere in un pezzo di legno una forma altra a cui dare nuova vita.

Di fronte a Luca rimango rapita dalla profondità delle sue parole. E non posso evitare di chiedere cosa sia la felicità per lui. Non manca mai quel sorriso sincero ad ogni mia domanda, come se volesse assicurarmi di qualcosa. “Certamente scolpire! Mi dà tutto, è qualcosa di cui ho bisogno, perché mi piace!” e con semplicità aggiunge “E’ nato tutto per caso, la Maschera del Krampus, poi il secondo posto ad un concorso di scultura, l’esposizione presso le sale della Magnifica Comunità della Val di Fiemme. E’ venuto tutto da sé, e forse è la cosa giusta! Faccio quel che mi piace!” E mi svela la sua ricetta:

il supporto della famiglia, il mio papà mi ha sempre incentivato;

la passione, perché se manca l’amore, non c’è sostanza;

il paese, in città sarebbe più difficile, quali spazi potresti permetterti?;

lo studio, così non dipendi da nessuno e sei libero di andare dove vuoi;

e sicuramente un po’ di fortuna!

Inevitabile che sia venuta fame con un piatto così ricco! E se così è, vale proprio la pena fare quel che piace, ma seriamente! Seguire quell’inclinazione naturale, come suggerisce Francesco Vidotto, è quel segreto svelato che talvolta dimentichiamo.

E salutando Luca per il prezioso incontro, vien da chiedersi se quel “po’ di fortuna” di cui parla non sia data effettivamente da quella maschera, il Krampus, che nel farsi rito scaramantico diventa esso stesso portafortuna. Volendo scegliere un percorso altro di vita, perché non iniziare proprio con un portafortuna altro, la maschera di Krampus?

Potete trovare qua Luca Pojer.

Lascia un commento!