Virginia, quella degli asini

Un ritaglio di giornale.

“Continua lo spopolamento della montagna. Donne e giovani part”. Finiva così. Ciò che interessava era sul retro: un’offerta di lavoro. “Azienda multinazionale seleziona 40 operai specializzati. Chiam”. Qualcuno lo strappò di fretta, come se lì si giocasse la partita della vita.

Sorrise Virginia leggendo quel minuto pezzo di carta, ormai consunto. Portava la data del 13 ottobre 1965. “Due facce della stessa medaglia!” pensò. Lo stava per buttare nella spazzatura, quando decise di tenerlo. “Sarà il mio portafortuna”.

Il Signor Clementi le consegnò quella mattina le chiavi della casa in cui lei e Giovanni scelsero di vivere. Si guardò attorno. Sapeva che era tutto da sistemare.

“Rimarranno le fondamenta, come pure le pareti” disse voltandosi verso Giovanni, suo marito. Erano di pietra, proprio come le raccontava il nonno. Sorrise al suo pensiero, a lui, nonno Luigi, che aveva lasciato tutto per non rassegnarsi alla miseria del suo destino, quello di contadino di montagna.

Finalmente Virginia aveva trovato quel luogo che sempre aveva immaginato. Aveva un nome: Valle di Gresta.

Quel giorno aveva un appuntamento di lavoro a Ronzo Chienis. Sapeva che avrebbe suscitato perplessità. Ci aveva fatto il callo. In fondo occuparsi di agricoltura non era propriamente un mestiere da donna, e men che meno in una dimensione da studiadi o lezudi, come spesso e volentieri aveva sentito dire dalla gente di montagna. Ma l’esperienza che si era costruita nel tempo e con tanta fatica, ogni giorno sul campo, era ormai divenuta il suo biglietto da visita.

Le sembrò di essere entrata in un sogno, il suo, quando per la prima volta salì in valle. Il suo sguardo venne sorpreso dai dolci terrazzamenti coltivati a ortaggi. Un paesaggio così diverso da tutti gli altri che aveva visto! Quella sensazione di incanto la rapì. Fu un attimo! Si fermò sul ciglio della strada e scese. Chiuse gli occhi e respirò a pieni polmoni l’aria fresca di quel mattino di fine estate. “Sì, sarà qui”, si disse e tornò in macchina.

Passò poco più di un anno da quel giorno. In tasca ora aveva il suo portafortuna e tanti progetti da realizzare. Non era stato difficile convincere Giovanni. Capelli un po’ brizzolati, mani da lavoratore, occhi che dicono sempre quel che vogliono. Lui l’aveva detto fin da subito, già prima che si sposassero: “Al mattino voglio aprire le finestre e trovare le montagne!”. Detto, fatto! Virginia non temeva il cambiamento, perché teneva ai sogni più di ogni altra cosa. Uno di questi lo stava vivendo proprio in quell’istante: abitare in montagna. Erano scappati dalla città.

Lì avrebbero costruito l’asineria. Con loro avevano La Berta, la loro asina. Virginia l’aveva recuperata da un allevamento. Fra tutti gli animali l’asino era il suo preferito. L’aveva conosciuto per lavoro, in una fattoria e il suo modo buffo di porsi la conquistò. Lei iperattiva e lui tranquillo. Lei bassa e lui poco più alto di lei. “La misura adatta per abbracciarsi. Un connubio perfetto!” pensò. E’ da allora che cominciò a dare forma al suo sogno di bambina, quello di essere contadino di montagna. In cuor suo sapeva che non avrebbero mai avuto del terreno sufficiente per vivere bene da contadini. Però potevano avere gli asini e l’opportunità con loro di essere vicini alla terra. Coltivare il loro orto, raccogliere le erbe spontanee e promuovere la cultura della terra. La loro sarebbe stata una fattoria didattica!

Tutto l’entusiasmo che investivano era direttamente proporzionale alla diffidenza dei loro nuovi concittadini. La gente del posto. Più il tempo trascorreva e più Virginia si rendeva conto che stava diventando un gioco degli opposti: loro, i furesti, e gli altri, gli abitanti della montagna, quelli che ci sono nati e cresciuti.

Ci aveva messo tutta la sua buona volontà. Si iscrisse come socia al consorzio ortofrutticolo. C’era anche il punto vendita. Nessuno si sarebbe mai sognato di aprirlo in fondovalle, apparteneva alla parte alta della montagna. Era divenuta una specie di roccaforte, soprattutto per i contadini più anziani. Erano loro a dettare le direttive, loro che pensavano “Sa vot saver tì che te sei furesta!“. Era sufficiente il loro sguardo per capire che un’opinione diversa non sarebbe mai stata ascoltata, tanto meno accolta a meno che non fosse avallata da uno di loro.

Per fortuna c’era il Tito, all’anagrafe Mario Martini. Tutti lo chiamavano così in paese. Era diverso dagli altri. Fra i primi, alla fine degli anni settanta, a credere che l’agricoltura biologica sarebbe stata una risorsa per il territorio. Camminava sempre a piedi nudi per sentire appieno il contatto con la sua terra. Era un modo per accarezzarla, ogni giorno. L’ultimo fra tutti ad avere ancora una fattoria, come una volta. Con gli animali e la stalla. Una moglie, che Dio solo sa quanta dignità riveste in lei l’appellativo contadino di montagna, e tre figli, tutti maschi.

Un giorno, mentre Virginia camminava con La Berta verso il Monte Creino, lo scorse seduto fra i campi di patate.

“Buon giorno”, le disse. “Buon giorno a te!” “Come va?”, chiese Tito.

“Eh dai!”, si trovò a rispondere lei.

Lui la guardò dritta negli occhi: “Ti stai ammalando anche tu?”

Virginia strabuzzò gli occhi a quelle parole, che la colsero di sorpresa. “Non credo!” fu la sua risposta.

Tito sorrise e proseguì nel suo lavoro. Virginia lo salutò promettendo di passare a trovarlo presto. Le ricordava l’aria genuina del nonno, quando seduta sulle sue ginocchia le raccontava delle corse che faceva lungo i pendii della montagna per recuperare qualche capra rimasta indietro. In quell’istante affiorarono nella sua memoria le sue parole: “Per capire la montagna ci devi essere nato! Sei chiuso lassù, in quel posto, dove non ti è dato di scegliere. Lì impari a sopravvivere, a cavartela perché oggi potrebbe essere un buon giorno, ma domani non si sa. La montagna ha il suo fascino, ma anche i suoi misteri. Può essere generosa e cattiva allo stesso tempo. E’ così.”

Ora cominciava a comprendere. Sentiva penetrare dentro di sé quel senso di marginalità da cui il nonno era fuggito. Quella marginalità che la gente del posto riceveva in eredità. Quel luogo apparteneva a loro. Era così.

Tornò a casa pervasa nell’animo da una nuova consapevolezza. Avrebbe continuato. Non si sarebbe fatta influenzare dalla paura di quelli del posto. Tito non lo era. E nemmeno il nonno, che perciò scelse di andarsene, benché il suo cuore fosse colmo di nostalgia.

Avrebbe vissuto anche lei le sue tribolazioni. Doveva essere così. Accettò il fatto che nessuno di loro l’avrebbe mai presa in considerazione. Si scrollò di dosso l’esigenza di essere accettata nella comunità. Sarebbe arrivata col tempo.

Riuscì ad avere in affitto un terreno. Non era di uno del posto. Era di Matteo, un ragazzo che amava l’agricoltura e coltivare gli ortaggi. Faceva i mercati, giù nel fondovalle, tra Rovereto e i paesi del Lago di Garda. Aveva ereditato quei terreni dal padre, che negli anni settanta li aveva abbandonati alla ricerca di un destino più fortunato. Lì fra i muretti a secco e i campi coltivati, riuscirono a costruire la casa per gli asini.

Con La Berta vivevano ora altri cinque asinelli. L’ultimo nacque proprio in Val di Gresta. “Padron Frodo ha il pedigree grestano” si dissero Virginia e Giovanni sorridendo. Come se quel fatto desse a loro la legittimità di essere lì. Infatti si sentivano così, legittimati.

La stalla non era vicina. Si trovava a sette tornanti da casa, scendendo. Tutti i giorni Giovanni li accudiva, al mattino, al pomeriggio e alla sera. Virginia continuava, nel frattempo, la sua attività di educatrice ambientale nelle scuole e promuoveva l’agricoltura biologica.

Vivere là, in quella valle, fra quelle montagne, il più delle volte sembrava una battaglia. Come don Chisciotte, così lei combatteva contro i “mulini a vento” di una mentalità alimentata dallo spauracchio del passato, fatto di miseria, di mancanze, di sommessa accettazione delle cose. Eppure quella battaglia era il motore dei suoi sogni, che con costanza seminava.

Così successe che un giorno di mezza estate un sogno si realizzò!

Virginia era a casa. Giovanni era sotto, nell’orto. Lei stava preparando la cena. In quel momento squillò il telefono. Era Matteo. Avvisava che gli asini non erano in stalla.

Si scatenò un subbuglio di pensieri, che scuotevano la mente come onde gigantesche. Né Virginia, né Giovanni riuscivano a domarle. “Dove potevano essere andati?”, “Come hanno fatto a scappare?”.”E’ stato qualcuno!” Era umano pensarlo. Si precipitarono nella macchina; ogni tornante sembrava più lungo e tortuoso del solito. Dieci minuti il tempo di percorrenza per giungere alla stalla. Non un minuto di più, non uno in meno rispetto a tutte le altre volte. Eppure quella sera quei minuti sembrarono un’eternità. Giovanni corse al recinto, vide che era strappato. Non era stato abbastanza attento. Virginia cominciò a cercarli, correva lungo i prati. Li chiamava uno a uno per nome. Era madida di sudore, non tanto per la corsa, quanto per l’ansia che sentiva salirle nel petto. Le sembrava già di vedere i campi di quelli del posto rovinati dai suoi asini. O peggio ancora, se fossero feriti?

Quando scollinò, vide una scena che mai avrebbe immaginato. I suoi asini attorniati dalle attenzioni di alcuni bimbi con le loro nonne. Il suo volto si distese. Andò a recuperarli. In lontananza sentiva “Arriva la Virginia, quella degli asini!”

Quello scompiglio si trasformò in una dolce rivelazione. Dopo dieci anni dal loro arrivo la comunità l’aveva riconosciuta! Virginia aveva ricevuto un nome e aveva un ruolo sociale. Finalmente apparteneva anche lei a quel luogo. Non esistevano più solo quelli del posto, c’erano anche i furesti e i giovani, la nuova generazione, quella che aveva scelto di stare là. Era così.

racconto_trentino

3 Comment

  1. Carla says: Rispondi

    Ciao Mirtis! Sono contenta di leggere una delle tue nuove avventure. È un po’ che non avevamo tue notizie. Un saluto da quelli di Noriglio. . In particolare dalla nostra Alice.

    1. mirtis says: Rispondi

      E’ un piacere sapere mi state leggendo. Spero che il racconto vi sia piaciuto! E’ stato pubblicato sul libro Uomo – Territorio: scritti di etnografia e paesaggio: attualità dell’opera di Aldo Gorfer. Un forte abbraccio a tutti voi, uno speciale per Alice!

  2. Alessandro Gretter says: Rispondi

    Le tue parole hanno sempre un realismo che tocca il cuore. Un caro pensiero a tutti voi (Virginia inclusa 😉

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